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LA CORTE DEI CONTI ACCUSA: LE BANCHE D’AFFARI SPECULARONO SUL DEBITO PUBBLICO ITALIANO



Per i giudici contabili la banca d’affari “Morgan Stanley” ha sfruttato la sua posizione di ‘creditore forte’ nei confronti dello Stato italiano per ottenere ‘dividendi’ per 3,1 miliardi di euro. Viene citato anche il Ministero del Tesoro per negligenza, considerato responsabile del 30 per cento del debito totale contratto di 4,1 miliardi di euro ai danni dell’erario.

La vicenda risale agli anni 2011-2012, quando lo Stato italiano – in concomitanza con il “regime change” ancora molto discusso – versò alla banca d’affari ben 3,1 miliardi di soldi pubblici per chiudere quattro contratti derivati e rinegoziare due coperture valutarie.

Per la prima volta la Corte dei Conti ha individuato il dolo in questa operazione, per un danno complessivo stimato di ben 4,1 miliardi di euro (8.000 miliardi delle vecchie lire).
Nonostante questa operazione, “Morgan Stanley” continua ad essere considerata dal governo italiano come partner di primo piano per la gestione (ridimensionamento?) del debito pubblico.

Il meccanismo contestato, in particolare, è l’attivazione del derivato finanziario (con il relativo finanziamento allo Stato italiano, alias l’attivazione dei relativi interessi) solo da parte della società finanziante, configurando in questo una mera attività speculativa a tutto vantaggio dell’emittente: è come se la banca decidesse di accendere un mutuo solo a propria discrezione, attivandolo e prescindendo dalla reale necessità per il suo cliente o dalla sua volontà (ma in questo caso i contratti erano chiari: lo Stato sapeva di queste clausole “vessatorie”). “Morgan Stanley” ha incassato nel 2012 da un solo derivato ben un miliardo di euro.

La Corte ha quantificato i danni in un 70 per cento a carico della “banca d’affari” e il restante 30 per cento a carico del gestore dei fondi per conto dello Stato, la dipendente Maria Cannata, oltre che i suoi predecessori nel ruolo.

La “Morgan Standley” avrebbe chiuso nel 2011 senza motivo, cioè senza rispettare il suo ‘obbligo di consulenza’ verso lo Stato italiano nella riduzione del debito pubblico, tutti i contratti precedenti, accesi dal 1994, configurando in questo palesi violazioni dei principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione contrattuale.

La banca si è giustificata in questa scelta appellandosi al “rischio spread” che era paventato sui mercati finanziari nel 2011 (cioè scaricando il rischio su una presunta crisi politica), ma la Corte ha stabilito che la sua scelta è stata motivata dalla precisa volontà di chiudere i fronti di esposizione finanziaria in atto, quella sì una scelta politica da parte dell’istituto finanziario.

Da parte del Tesoro ci sarebbe stata una “non ponderazione” dei rischi derivati dalla sottoscrizione di quei contratti finanziari. Evidentemente la sola che sapeva quello che stava facendo era la “Morgan Stanley”, anche se gli intrecci pluriennali tra politica e finanza farebbero pensare a ben altro.

Fonti:
Repubbica
Imola Oggi
Wall Street Italia

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